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Celestino V

La vita di Celestino V

Produzioni culturali


  La morte e la Santificazione

La morte di Celestino a Fumone tra segni soprannaturali Ecco giunta l’ora della sua MORTE. Volle l’Onnipotente rimunerare tanta pazienza per lui e dargli il riposo dopo sessantacinque anni di penitenza. E così fu. Aveva per costume questo Santo, nei giorni che corrono l’Ascensione a Pentecoste, di passarli con molta devozione e in più fervida preghiera per riverenza allo Spirito Santo. Passati che furono quei giorni, nella domenica di Pentecoste, celebrò la Santa Messa, come di consueto, con divino ardore. In quello stesso giorno chiamò i soldati che lo custodivano e disse loro: " Molto vi siete affaticati per me, spero però in Dio che di breve vi riposerete." E quelli risposero:"E perché padre santo dici queste cose?" E lui:" Figli fino al giorno di domenica saprete di me." E da quel giorno cominciò a sentire una infermità che sempre più cresceva. Ciò vedendo i soldati mandarono il medico, il quale vistolo e tastandolo disse che era mal di morte. Ed egli l’aveva già predetto ai suoi monaci, perché aveva una certa postema dal lato destro che molto lo tragliava. Fece amministrarsi l’Olio degli infermi e, certo della sua morte, disse ai suoi monaci che gli permettessero di riposare. Ma dove voleva riposarsi? Aveva una tavola con un tappeto e un mantello. Costui che aveva tenuto in mano il dominio del mondo e che d’ogni cosa si era spogliato per guadagnare Cristo, giace su una tavola infermo e vecchio! Cominciò a pregare e recitare i salmi e ammonire i suoi monaci perché pregassero. Così stette per quella settimana sino al sabato. Di null’altro parlavasi da lui e dai suoi monaci, se non di Dio e si lodava e pregava. I soldati che lo custodivano riferirono al Papa e a tutti gli altri che dal venerdì fino all’ora della sua morte, videro avanti la porta della sua camera dove giaceva, una Croce di color oro, non affissa in nessun luogo, ma pendente in aria. I monaci che quivi erano, amarissimamente afflitti per la condizione del padre loro, non vollero uscire a vederla. Nel giorno del sabato, l’ultimo della settimana di Pentecoste consacrata allo spirito Santo, all’ora del vespro, dopo la recita dell’ultimo salmo del salterio, con voce tenuissima che appena poteva sentirsi, incalzando sempre più la molestia del corpo, esclamò: Omnis Spiritus Laudet Dominum. Tra l’eco di queste parole, si addormentò. Era la sera del 19 maggio 1296. I discepoli piansero per la morte del Maestro: "il padre dei padri, il pastore dei pastori che come angelo di Dio conversava in terra, ci lasciò tutti. Poveri noi miseri! Che facciamo ora? Che diremo? In chi troveremo aiuto e scampo? L’aiuto mancò, lo scampo perì e salutare consiglio non si trova. O poverelli di Cristo, piangete con noi, perché il vostro soccorritore, il vostro padre lo avete perduto, e non ritroverete più quegli che era solito colmare le vostre mani vuote. Vi difendeva dai padroni che vi opprimevano, vi proteggeva a tutta forza da ogni avversità, risanava voi e i vostri infermi. Se dai nostri Superiori saremo afflitti ed oppressi, a chi ricorreremo? Esso riprendeva i nostri maggiori e non lasciava affatto opprimere i sudditi. Ora che faremo? Poveri noi, orfani abbandonati, che perdemmo l’aiuto e il consiglio di tanto padre! Ecco che i tuoi discepoli, per la tua dipartita, sono ingiuriati ed oppressi in vari luoghi da diversi signori, ed i beni dei monasteri sono rapinati." Pietro del Morrone è la nuova Chiesa. Magistero dell’Esempio. Taumaturgo. Dopo aver incontrato i grandi dell’intelletto: Petrarca, Alighieri, Jacopone da Todi, Tommaso da Sulmona. Bartolomeo da Trasacco, Buccio di Ranallo, coinvolti tutti nell’enigma della rinuncia, egli rimane splendido. L’umiltà che per la prima volta tocca il soglio di Pietro e torna incontaminata, umiltà. Papa Clemente lo innalza agli onori degli altari. E’ l’inno del signore 1313, quando dai silenzi di Celestino esce la "voce": quella delle campane che da Avignone annuncia al mondo che l’uomo della "rinuncia" è il Santo.


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PADRE QUIRINO SALOMONE