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Dopo che quest’uomo di Dio arrivò nel Castello di Fumone e venne rinchiuso nella torre di esso rese grazie a Dio e disse: "ho desiderato una cella e una cella ho avuto, così come è piaciuto alla tua pietà, Signore Dio mio". E si rallegrava molto per avere ritrovato un tale carcere.
Domandò che gli dessero due dei suoi monaci coi quali recitare il divino Ufficio. Subito gli venne concesso. Ma quei monaci non poterono tollerare il carcere e bisognava spesso portarli fuori perché infermi, e li cambiavano con altri sani.
Finalmente gliene vennero dati due che rimasero fino alla sua morte. Era tale la strettezza di quella torre che, dove teneva i piedi quel Santo Uomo per celebrare, quivi posava il capo per dormire. E perché ai suoi frati era troppo disagevole restare a quel modo, sempre li confortava alla pazienza per amore di Dio. E mai si turbava né per la strettezza del carcere e né per la improbità dei soldati che lo custodivano. Gran custodia si faceva di lui, di giorno e di notte, da sei soldati e trenta uomini. E nessun uomo, chiunque fosse, si poteva accostare a lui e parlargli. E così per undici mesi rimase qui in stretta custodia.
Bonifacio ordinò che fosse trattato "Con ogni riguardo", ordinò per lui "Ogni comodità". Celestino non solo le rifiutò, ma lo pregò a dargli una piccola cella come quella del Morrone. E Bonifacio per far piacere al Santo, ordinò che gli venisse costruita.
Il Santo con grande allegrezza vi dimorò.
Solo gli venne tolta la libertà di comunicare con quelli di fuori. Ma questo fu anche fortissimo desiderio di tuta la sua vita ermetica. Infatti quand’era sulla Maiella solo per spirito di carità si mostrava alle turbe che traevano a lui, e ne era infastidito. Tre quaresime l’anno però non si mostrava a nessuno. In Fumone trovò quindi quello che desiderò sempre. Perciò vi stette con tanta allegrezza e ne uscì solo per volarsene al cielo.
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