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Celestino V

La vita di Celestino V

Produzioni culturali


  La rinuncia al Papato

Celestino depone le insegne papali Deposto il massimo pontificato, come un peso che gli dava morte, con tale disio se ne tornò all’antica solitudine, come se fosse stato slegato da ostili ceppi. Il qual fatto del solitario e Santo Padre attribuisca pure chi voglia a viltà d’animo, io lo giudico che fu gesto di animo elevatissimo, più che libero e non soggiogato da passioni e veramente celeste, e giudico che non poté farsi ciò se non da un uomo che stimasse le cose umane per quelle che valgono. Non è da cuore debole e infingardo, come giudicano gli amatori di questo secolo, disprezzare le ricchezze, avere a nausea gli onori che tramontano. Lasciaron gli altri le navi e le reti, le altre piccole robe, altri il telonio, altri anche regni e la speranza dei regni per farsi santi e amici di Dio. Ma il papato, di cui non vi è cosa più alta, tanto desiderato e magnificato, chi mai in qualunque tempo, soprattutto da quando si cominciò a stimare tanto, lo disprezzò con animo più eccelso e sorprendente di questo Celestino? Solo anelante del suo primero nome e luogo e della povertà, Lui che nel guardare il cielo dimentica la terra. Era passato tra usurai, simoniaci e barattieri di ogni tempo ed era rimasto se stesso. A Napoli, dove Celestino aveva trasferito la sede pontificia, Re Carlo II D’Angiò fremeva per la situazione che vedeva sfuggirgli di mano. Esercitò delle pressioni su Celestino per farlo desistere dal suo proposito di rinuncia. Organizzò un corteo di popolo, notabili e clero che andarono a gridare e a scongiurare sotto la finestra del Papa, ma tutto inutile. Il Papa era ormai inflessibile. Aveva fatto preparare per tempo la sala del Concistoro. La mattina del 13 dicembre i Cardinali vi prendono posto. Ecco entra il Papa, sguardo sereno ed altero, si avvia verso il trono tenendo stretta una pergamena arrotolata. Guarda tutt’intorno e dice: "Molti di voi si stupiranno della mia decisione ormai irrevocabile di rinunciare al pontificato…" Sale sul trono, srotola la pergamena e legge: "Io Papa Celestino V, spinto da legittime ragioni, per umiltà e debolezza del mio corpo e la malignità della plebe (di questa plebe), al fine di recuperare con la consolazione della vita di prima, la tranquillità perduta, abbandono liberamente e spontaneamente il Pontificato e rinuncio espressamente al trono, alla dignità, all’onere e all’onore che esso comporta, dando sin da questo momento al sacro Collegio dei Cardinali la facoltà di scegliere e provvedere, secondo le leggi canoniche, di un pastore, la Chiesa Universale." Matteo Rosso Orsini chiede al Pontefice di emanare una speciale costituzione nella quale fosse specificato che il Papa, per giusta causa, aveva facoltà a rinunciare al suo supremo grado. Era un dettaglio burocratico, ma necessario per evitare che qualcuno potesse, un giorno, invalidare l’elezione del successore. Celestino non ebbe alcuna esitazione, dettò lì per lì, allo stesso Orsini, il testo della Costituzione e subito lo sottoscrisse. Poi si alzò dal trono, raggiunse il centro della sala e qui, tra lo stupore generale, seduto a terra, cominciò a spogliarsi delle vesti papali. Tolse dal capo la tiara e la depose sul pavimento, si tolse l’anello, si spogliò del piviale rosso, della stola e della cotta. Si alzò in piedi e rivestì il suo vecchio, logoro saio morronese. Austero, sereno e a fronte alta, Celestino attraversò la sala, tra gli ori e le porpore dei Cardinali. E uscì. Così come aveva espressamente manifestato, Celestino era intenzionato a tornare alla sua solitudine, al suo eremo, al Morrone, in pace. Invece si aprì il capitolo più tremendo della sua vita.


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